Anno 1173. Ancona è assediata dalle truppe di Federico Barbarossa da terra e dalla flotta veneziana dal mare. Un uomo, con un gesto disperato, dopo aver preparato una piccola botte carica di materiale infiammabile (verosimilmente resina e pece mescolate insieme), la lanciò davanti ad una catasta di legna molto vicina...
Anno 1173. Ancona è assediata dalle truppe di Federico Barbarossa da terra e dalla flotta veneziana dal mare. Un uomo, con un gesto disperato, dopo aver preparato una piccola botte carica di materiale infiammabile (verosimilmente resina e pece mescolate insieme), la lanciò davanti ad una catasta di legna molto vicina alle galee veneziane, in una zona del porto dove erano in atto violenti scontri. Nessuno ebbe il coraggio di avvicinarsi per appiccare la fiamma. Solo una donna, conosciuta dalla città come la vedova Stamira (o Stamura), si fece avanti con una scure e una fiaccola, si avvicinò alla botte, la spaccò e diede fuoco al materiale infiammabile. Non si allontanò fintanto che non fu sicura di aver causato un enorme incendio. Conseguenza di questo atto eroico fu la distruzione di una gran parte delle macchine da guerra nemiche: questo permise l’apertura delle porte della città per rifornirsi di cibo. Il Podesti, per aumentare la sensazione che la donna stia operando all’insaputa di tutti, accentuandone l’eroismo del gesto, descrive la scena in ambiente notturno, e non diurno come vorrebbero le fonti storiche. Stamira è rappresentata con figura robusta e corpulenta, veste abiti d’epoca di colore purpureo ed indossa un corpetto metallico ad uso di femminile armatura. Il dinamismo è dato dalla tensione delle gambe, mentre la sicurezza del gesto e dello sguardo con la torsione della testa, la rendono consapevole del pericolo. (Chiara Censi)
La tela fu donata al Comune di Bertinoro nel 1928 dal conte Gioacchino Ragnini, a ricordo dell’aiuto prestato alla sua città dalla contessa Aldruda di Frangipane, nobildonna romana di carattere risoluto, vissuta tra il 1120 e il 1177, che sposa, per volere del Papato, il conte di Bertinoro: il marito presto muore lasciandola con un figlio piccolo e un altro in gestazione. Aldruda deve accettare una tutela, imposta dalla consuetudine, ma continua a reggere la contea, creando una corte cavalleresca di grande prestigio dove accoglie giovani donne che educa anche al mestiere delle armi. Aldruda riceve la richiesta di aiuto di tre legati anconetani che erano riusciti ad abbandonare la città assediata e, benché nessun interesse la legasse ad Ancona, decise di correre in soccorso della stessa. A Rimini la contessa unì quindi le sue forze a quelle del Marcheselle, signore di Ferrara, e con lui si mosse verso la città assediata. Al giungere della notte, i colli anconetani brillavano di punti luminosi: ogni combattente si dotò di due o tre fiammelle così che l’esercito sembrò molto più numeroso e questo indubbiamente contribuì alla fuga degli invasori e alla liberazione della città. Gli anconetani serbarono grato il ricordo di Aldruda che accomunarono a quello della loro eroina Stamira e non dimenticarono mai l’aiuto dei bertinoresi, rinnovando nel tempo scambi di cortesie e fatti tangibili di fraterna amicizia.